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Jan 18, 2007

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EreignisabGrundevento  (May 13, 2012 | post #5)

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Ereignis invisibile: nessuno ideò l' invisibile dell'evento, giacchè lì c' è l'invisibile-Essere o l'essere che si eventua invisibile.dell'essere in/visibile, o evento dell' essere. Il pensiero in/visibile è l' originale pensiero dell'essere perchè è il pensiero dell'evento in/visibile dell'essere abissale, è dispieganza nello spazio-tempo dell'evento. La verità dell'essere in/visibile eventuanza, è l' Ereignis-in/visibile, ed è l' Essere verità dell' Essere-in/visibilità dell' essere. La morte non è un evento che ponga fine al Dasein in/visibile: è sempre presente nel Dasein-in/visibile, come possibilità di impossibilità del suo essere-in/visibile. La morte è in/visibile nulla, l'altro-che-entità, il non ente, il niente o l' Ereignis in/visibile dell' Ereignis o EREIGNIS della svelatezza in/visibile, quale chiasmevento e fondamento della verità ecstatica, l'al di là in/visibile transinfinita. La sua qualità è il suo essere-per-sé o transinfinita in/visibilità non più al di fuori di essa, ma in sé quale essersi in excstasi: il suo essere al di là e al di sopra, o sempre nell'oltre dell'eventuarsi in/visibile dell' essere quantica infinità, è la differenza tra l'equilibrio instabile o transtabile, è il muoversi transinfinito dell'essersi in dispieganza o dell'essere dell'ente dinamico, o l'eventuarsi in Dasein-in/visibile, o Essere EREIGNIS Dasein dell'Essere nel DASEIN. Nel rivelarsi Dasein dell'Essere c'è l'eventuanza del Dasein dell' Essere transinfinito, transinfinita matematica o topologia dell'essere Infinito o transfinito, o in/visibile-apeiron dell'essere. Il Dasein Ontologico dell' Essere è l'Essere nella sua verità, o si dà quale Essere nell'eventuarsi dell' Essere o è l'Essere-in/visibile, Dasein in/visibile, oltre che essere mistero dell' essere. Essere in/visibile Dasein quale evento dell' essere evento in/visibile dell' Essere in sé, o dell'Essere che si mostri o si dimostri in/visibile. Essere in/visibile-Dasein della verità dell'essere. La verità dell'essere è la transinfinita in/visibilità, o Ereignis del Dasein dell' essere. Dasein è in/visibile-essere, o è la verità in/visibile dell'essere. Dasein quale aletheia in/visibile dell' Essere. Dasein che consenta all'Essere la transinfinita in/visibilità nel Dasein, o Essere EREIGNIS in/visibile del Dasein dell'Essere DASEIN-in/visibile. Nel rivelarsi Dasein dell'Essere c'è l'evento del Dasein in/visibile dell' Essere transinfinito, o Essere evento transinfinito dell' Essere excstasi della verità dell' Essere in/visibile Dasein. L' Essere intuizione di forme dell' essere fenomenale, o topologia dell'essere nous o noumenica, o essere superiore dell'ideale quale transontologia dell'essere e topologia dell'esserci, quale transinfinito abissale sempre di fronte, gegenstand-imago, sempre aldilà, oltre trascendenza dell'essersi sempre di fronte con l'imago transinfinita, con la transtabilità, asimmetrie nella simmetria, decostruite dall' instabilità della spazialità transinfinita in exkstasis. Transvisione della transcendenza excstatica dell'essersi, o transcendenza dell'essere estensione dell'essere senza fine, senza confine e senza transtelos, è transevidenza In-fondata e imago abissale, excstasi che si dà nel mondo, c’è nell'essersi excstatica transinfinita, è l'evento della verità dell'essersi imago in/visibile. Il suo luogo transcendentale è l'imago, quale topologia dell'essere o spazialità transinfinita sempre oltre o aldilà delle ontologie regionali, della fenomenica o epistemica, perchè il Gegenstand si svela sempre quale spazialità della verità, è l' Abgrund dell' imago in/visibile transcendentale, quale verità della transcendenza la quale precede e rende possibile ogni altra verità fenomenica o epistemica o empirica o noumenica.  (Apr 13, 2009 | post #4)

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abisso ontologico della physis c’è solo la comprensione dell’essere arte all’opera, in attività, in interagenza tra l’essere e la sua radura vuota ontopica. Solo la werksein, la messa in opera dell’essere dell’arte consente al musagete di accogliere l’ascolto dell’opera d’arte che si getta nell’abisso della radura ontologica per gettare le fondamenta del fondale ell’esser-arte quale ikona della physis, del mondo, dell’interessere, dell’interesserci, dell’interagenza ontopica. Ma quella ikona non è mai epistemicamente presente, si disvela solo nel suo essere indisascosta o dis-ascosta ontologicamente inaudita per i più ed indicibile: solo al musagete presente evidentemente, solo l’interagenza del musagete consente all’evento dell’essere abissale di gettarsi nell’opera dell’aletheia dell’esser-arte. Solo il musagete disvela il mistero o l’enigma dell’opera d’arte: l’arte ama nascondersri o essere sempre indisascosta, ma nel medesimo istante, per paradosso epistemico o ermeneutico, l’esser-arte ama disvelarsi, ama discoprire la sua radura abissale, la sua physis ontopica, la sua gestell ontokronokairoslogica oontokairostopica. Solo così l’esser-arte si dispiega all’infinito nell’a-peiron, nel senza-limiti mondani, nel sub-lime, ma la sua gettanza fonda il fondale topologico, ontopico altrochè epocale ontocronico, si dà per raccogliersi-in-un-confine, si getta per eventuare la gestell, la struttura ontologica dell’interagenza con la physis: delimita la spazialità del sentiero ininterrotto della destinanza dell’essere configurazione ikonica della radura ontologica ove l’essere possa abitare poeticamente.  (Nov 22, 2008 | post #3)

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ontologia del sublyme

. L’ontologia del sublime è quindi possibile solo o ancora come fenomenologia del sublime giacchè la filosofia del sublime è ontologia fenomenologica del sublime e universale che parte dall’ermeneutica sublime dell’esserci e che, come analitica sublime dell’esistenza, ha fissato il capo del filo conduttore di ogni domandare filosofico nel punto dal quale risulta e sul quale torna a ribaltarsi. Ciò che è onticamente più sublime, talmente sublime da essere il sublyme, è ontologicamente il più sublime, anche perché non sembra aver bisogno di essere pensato, talmente è addosso alla vivenza dell'esserci e disvelato. Heidegger ha svelato e disobliato il darsi e il farsi sublime che da un punto di vista esistenzial-ontolo gico cela in sé enigmi su enigmi. Se la sostanza ontologica dell'essere e dell'esserci precede e trascende ogni distinzione tra anima e corpo, se «das “Wesen” des Daseins liegt in seiner Existenz», “l’‘essenza’ dell’Esserci sta nella sua esistenza”, l’analitica esistenziale o l'analitica dell'esserci o la dasein-analytik precede logicamente e sopratutto ontologicamente ogni scienza, o epistemica e ogni sapere fenomenologico o ontico che si voglia. Fra le strutture ontologiche o gestell-sublyme dell'esserci sublyme nel mondo–sublime-gli “esistenziali”–sub limi ci sono l’in-essere-sublym e, il con-essere-sublyme , l’essere-per-il-su blyme. Esserci-sublyme e mondità-sublime non si trovano in prossimità l’uno accanto all’altra ma l’esserci-sublyme è la mondità dell’essere-sublym e, perché «das Alleinsein ist ein defizienter Modus des Mitseins», “l’esser soli è un modo deficitario del con-essere”. La sublymità è un evento costituente dell' essere-alla-fine-s enza-fine del sublyme che disveli l’apertura sempre incompiuta quale futuro-anteriore. Se il fenomeno primario della temporalità originaria e autentica è l’avvenire, l’esserci-sublyme è possibilità sempre aperta tanto che il sublyme è la possibilità della pura e semplice possibilità d’esserci del sublyme, una possibilità sempre sublime e abissale e senza fine e sempre indeterminata. L’esserci-sublyme non ha una fine, bensì esiste in modo finito, è finito nell'infinito è infinito nel finito: è estasy della mondità è estasy dell'esserci; ed è per questo che la Cura è la cura sublime dell' essere-sublyme. La Cura è il tempo sublime estatico nella sua sublymità esistenziale e fenomenologica e quindi ontica e ontologica; la Cura è la tensione sublime all’essere che sempre c'è senza-fine; la Cura è la temporalità sublime ekstatica come avvenire-essente stato-presentante la temporalità si rivela come il senso dell’autentica cura. L’esserci-sublyme come Cura si declina nelle forme del sublime, del com-prendere, del parlare, del poetare e il modo d’essere-sublyme della dis-chiusura è caratterizzato dalla curiosità fenomenica del sublime, moto dell'essere-senza- fine coi suoi essenziali caratteri della tentazione sublime. Il modo in cui si danno anzitutto e per lo più è il Si impersonale che evita all’esserci-sublim e l’assunzione piena di ciò che è, a favore, invece di un senza-fine . Heidegger è in risonanza con l'estasy: il “si” è un esistenziale e appartiene come fenomeno originario alla costituzione positiva dell’esserci sublyme. Autenticità e inautenticità del Dasein-sublyme vanno intese in senso fenomenologico e ontologico come modi diversi di abitare poeticamente il mondo sublime. Emblematica, in questa direzione, è la differenza nell'ontologia del sublyme tra paura (Furcht) e angoscia (Angst). Mentre la paura nasce sempre da qualcosa di specifico, l’angoscia scaturisce dall' essere nella vivenza sublime, la paura assale a partire da un ente intramondano sia pure sublime. L’angoscia si leva dall’essere-nel-mo ndo o dell'essere-nell'a bisso-abgrund-senz a-fondo-senza-fine -sublime. La sublimità dell’angoscia è l’essere-sublime nel mondo-sublime. La Gettatezza–sublyme dell'essere-sublym e  (May 15, 2008 | post #1)

sublyme-dasein

immaginò di vedere. Vidi il sole basso macchiato di orrori mistici, illuminante lunghe coagulazioni violette; vidi, simili ad attori di drammi antichissimi, le onde rotolanti lontano i loro brividi sublimi. Sognai la notte verde dalle nevi abbagliate, baci salenti agli occhi dei mari con lentezza; la circolazzione delle linfe inudite e il risveglio giallo e azzurro dei fosfori canori. Seguii per mesi interi, simili ad isteresi sublimi, la mareggiata all'assalto degli scogli, senza pensare che i piedi luminosi e sublimi potessero forzare il muso agli Oceani restii. Urtai, sapete? contro incredibili Floride, che frammischiano coi fiori occhi di pantere dalla pelle umana! arcobaleni tesi come briglie, sotto l'orizzonte dei mari, con glauchi sublimi. Vidi fermentare le paludi, enormi nasse in cui imputridisce fra i giunchi tutto un Leviatan; vidi crolli d'acque in mezzo alle bonacce e le lontananze che piombano in cateratte verso gli abissi sublimi. Vidi ghiacciai, soli d'argento, flutti madreperlacei, cieli di bragia, arrenamenti orribili in fondo ai golfi bruni dove serpenti giganti divorati dalle sublimi meduse cascano dagli alberi torti, con neri profumi. Avrei voluto mostrare ai fanciulli quelle orate dell'onda azzurra, i pesci d'oro, i pesci canori. Spume di fiori benedissero le mie escursioni e ineffabili venti mi resero a quando a quando alato. Talvolta, martire stanco dei poli e delle zone, il mare, il cui singhiozzo rendeva dolce il mio rullio, alzava verso di me i suoi fiori d'ombra dalle ventose gialle; ed io restavo come una donna in ginocchio, penisola sballottante sulle mie rive i litigi e gli escrementi d'uccelli schiamazzanti dagli occhi biondi; e vogavo, quando, attraverso i miei ormeggi fragili, degli annegati scendevano a dormire, rinculando. Ora io, battello smarrito sotto i capelli delle insenature, gettato dall'uragano nell'etere senza uccelli, io, di cui i Monitors e i velieri delle Anse non avrebbero ripescata la carcassa briaca d'acqua, libero, fumante, montato da brume violette, io che foravo il cielo rosseggiante come un muro che porti, confettura squisita poi buoni poeti, licheni di sole e mocci d'azzurro, io che correvo maculato di lunule elettriche, tavola folle, scortato dagl'ippocampi neri, quando i Lugli facevano crollare a colpi di randello i cieli oltremarini dagli ardenti imbuti, io che tremavo, sentendo gemere a cinquanta leghe la foia dei Behemont e dei Maelstrom densi filatore eterno delle immobilità azzurre, rimpiango l'Europa dagli antichi parapetti. Vidi arcipelaghi siderali ed isole i cui cieli deliranti sono aperti al vogatore: forse in quelle notti senza fondo dormi e ti esilii, milione d'uccelli d'oro, o futuro Vigore? Ma, davvero, ho pianto troppo. Le albe sono accoranti, ogni luna è atroce e ogni sole amaro. L'acre amore m'ha gonfiato di torpori inebbrianti. Oh! scoppi la mia chiglia! che lo scenda in mare! Se desidero un'acqua d'Europa, è la pozzanghera nera e fredda in cui, verso il crepuscolo balsamico, un fanciullo accoccolato, pieno di tristezza, lasci andare una barchetta fragile come una farfalla di maggio. Non posso più, bagnato dai vostri languori, ondate, rapire la loro scia ai portatori di cotone, né attraversare l'orgoglio delle bandiere e delle fiamme, né navigare sotto gli occhi orribili dei .......sublyme-rim baud  (Apr 25, 2008 | post #1)

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............La tempesta benedisse i miei risvegli marittími. Più leggero d'una sublymanza, balzai sulle onde, che si dice travolgano eternamente vittime, per dieci notti, senza rimpiangere gli occhi stupendi delle fiammate. Piú dolce che sublime la carne delle mele acerbe, l'acqua verde penetrò nel mio scafo d'abete, e mi lavò dalle macchie di vini turchini e sublimi, disperdendo timone e rampini. E, da allora, mi bagnai nel poema del mare infuso d'astri e lattescente, divorando gli azzurri verdi, ove, galleggiamento livido ed estasiato, un annegato pensoso talvolta discende, dove, tingendo a un tratto le azzurrità, deliri e ritmi lenti sotto le rutilanze della luce, piú forti dell'alcool, piú vaste delle vostre lire, fermentano i rossori amari dell'amore Solo i cieli che schiattano in lampi, e le trombe e le risacche e le correnti; so la sera, t'alba esaltata come un popolo di colombe, e vidi qualche volta ciò che l'uomo immaginò di vedere. Vidi il sole basso macchiato di orrori mistici, illuminante lunghe coagulazioni violette; vidi, simili ad attori di drammi antichissimi, le onde rotolanti lontano i loro brividi sublimi. Sognai la notte verde dalle nevi abbagliate, baci salenti agli occhi dei mari con lentezza; la circolazzione delle linfe inudite e il risveglio giallo e azzurro dei fosfori canori. Seguii per mesi interi, simili ad isteresi sublimi, la mareggiata all'assalto degli scogli, senza pensare che i piedi luminosi e sublimi potessero forzare il muso agli Oceani restii. Urtai, sapete? contro incredibili Floride, che frammischiano coi fiori occhi di pantere dalla pelle umana! arcobaleni tesi come briglie, sotto l'orizzonte dei mari, con glauchi sublimi. Vidi fermentare le paludi, enormi nasse in cui imputridisce fra i giunchi tutto un Leviatan; vidi crolli d'acque in mezzo alle bonacce e le lontananze che piombano in cateratte verso gli abissi sublimi. Vidi ghiacciai, soli d'argento, flutti madreperlacei, cieli di bragia, arrenamenti orribili in fondo ai golfi bruni dove serpenti giganti divorati dalle sublimi meduse cascano dagli alberi torti, con neri profumi. Avrei voluto mostrare ai fanciulli quelle orate dell'onda azzurra, i pesci d'oro, i pesci canori. Spume di fiori benedissero le mie escursioni e ineffabili venti mi resero a quando a quando alato. Talvolta, martire stanco dei poli e delle zone, il mare, il cui singhiozzo rendeva dolce il mio rullio, alzava verso di me i suoi fiori d'ombra dalle ventose gialle; ed io restavo come una donna in ginocchio, penisola sballottante sulle mie rive i litigi e gli escrementi d'uccelli schiamazzanti dagli occhi biondi; e vogavo, quando, attraverso i miei ormeggi fragili, degli annegati scendevano a dormire, rinculando. Ora io, battello smarrito sotto i capelli delle insenature, gettato dall'uragano nell'etere senza uccelli, io, di cui i Monitors e i velieri delle Anse non avrebbero ripescata la carcassa briaca d'acqua, libero, fumante, montato da brume violette, io che foravo il cielo rosseggiante come un muro che porti, confettura squisita poi buoni poeti, licheni di sole e mocci d'azzurro, io che correvo maculato di lunule elettriche, tavola folle, scortato dagl'ippocampi neri, quando i Lugli facevano crollare a colpi di randello i cieli oltremarini dagli ardenti imbuti, io che tremavo, sentendo gemere a cinquanta leghe la foia dei Behemont e dei Maelstrom densi filatore eterno delle immobilità azzurre  (Apr 25, 2008 | post #2)

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Ontologia dell’ontykona….c’è un’ontosonanza e un ontovisione o una onto-risonanza o un onto-previsione ontoepistemica dell’essere-arte-disarte-dell’ikona-dell’essere delle muse-dismuse abbandonate, ma mai fuggenti, dagli dei-disdei fuggitivi-disfuggitivi. Quella ontosonanza e ontovisione-disvisione si eventua alla presenza ontoepistemica del musagete-dismusagete in estatica con-templatezza della ontorisonanza-ontoprevisione delle muse-dismuse-attanziali e seducenti, anzi ontoattanti e introducenti l’ontoducenza della destinanza dell’essere-arte-dell’essere e giammai arte dell’ente o del non-ente o del niente o del nulla: giacchè lì si eventua l’ontovisione dell’essere, la visione ontologica dell’esser-arte, la risonanza ontologica dell’aletheia dell’essere compresa solo dall’ontorisonanza del musagete mitico-dismitico-ontopoietico. L’epistemica o l’ontica o l’ontoteologia negano l’evidenza di quella comprensione, negano l’esistenza dell’ontovisione e ontosonanza dell’essere, giacchè per loro l’unica visione possibile è quella della mondità: la visione della mondanità è la sola realtà plausibile, anche nella visione clonante dei mondi possibili virtuali o immaginari: esiste per loro l’unica visione del mondo senza l’essere senza essere o esserci alterità, ma la messa-dismessa in opera della verità nell’esser-arte ci svela l’esistenza della visione dell’essere, dell’interesserci, dell’interessere-disinteressere. La visione della mondità vuota giacchè gli dei sono fuggiti è una visione della vivenza dis-ontoteologica e perciò onto-visione dell’esserci del musagete in ontosonanza con le muse-dismuse senza più dei-disdei fuggenti-disfuggenti. Ma gli dei-disdei fuggitivi-disfuggitivi non portano con sé la verità dell’essere o il canto dell’essere o l’ikona dell’essere o la poiesis dell’essere o il mito dell’essere o la gestell dell’essere, anzi quelle varietà dell’essere si sottraggono, non fuggono insieme agli dei, ma soggiornano poeticamente con le muse-dismuse in ontosonanza con la vivenza del musagete-dismusagete che cura la verità dell’essere giammai fuggita attraverso l’onto-visione dell’essere opera d’arte mai fuggita con gli dei, ma che continua ad abitare poeticamente la radura-disradura dell’essere. Gli dei sono fuggiti dal mondo, dalla verità, dal mito, dall’epistemè, dall’esserci, dalle ikone, giammai sono fuggenti dall’essere, giacchè l’essere è indifferente di fronte all’evento della fuga-disfuga degli dei-disdei e non si lascia influenzare dalla loro fuga, infatti gli dei non sono fuggiti e mai possono fuggire dall’essere. Anzi l’essere non fugge mai dal mondo e men che mai dal mondo degli dei o dagli stessi dei-disdei, giacchè l’essere fonda il mondo e la mondità degli dei in fuga-disfuga. Tant’è che con la sua ontovisione-ontosonanza-ontopoetante imaginaria si dà e dà alla luce o si dà e dà al mondo gli dei classici o mitici o ontoteologici o eventuali o morti-risorti o immaginari, si dà e si lascia fuggire gli dei ematopoietici o si lascia sfuggire gli dei-disdei in fuga-disfuga, ma mette in opera, dismette, crea l’attanza  (Jan 18, 2007 | post #1)

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